Istituto Italiano per la Gestione del Dato

Studi e sistemi per la protezione del dato e della virtual identity

I TUOI DATI SANITARI DISPONIBILI AI RICERCATORI?

La nostra salute. Dati che non dovrebbero entrare nella disponibilità di nessuno che non vi sia autorizzato per legge. Non è così: lo stato della nostra salute, analisi, ricoveri, referti post operatori, possono essere conosciuti tramite un’operazione piuttosto...

NUOVO CRYPTOLOCKER: FATE ATTENZIONE!

E’ proprio di ieri la notizia che si sta diffondendo un nuovo ransomware del tipo cryptolocker, che in sostanza crittografa tutto il contenuto del disco, richiedendo un pagamento a mò di ” riscatto ” per riavere la disponibilità dei propri dati....

FOCUS ON:

LE WHITE PAPER GRATUITE ( UTILIZZABILI SOLO CITANDO IL RIFERIMENTO ALLA FONTE, TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI ) DEGLI ESPERTI DEL NOSTRO COMITATO SCIENTIFICO

Il diritto all’oblio per la Corte di Giustizia: alla ricerca di un equilibrio tra privacy e diritto all’informazione

Con la sentenza del 13 maggio2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nella causa C-131/12 Google Spain SL e Google Inc. contro Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) e Mario Costeja González, ha affermato importanti principi in materia di trattamento dei dati contenuti in siti web e di tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati.

Innanzitutto, ricordando preliminarmente che la  direttiva 95/46 mira a garantire un livello elevato di protezione delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone fisiche, in particolare del diritto alla vita privata, con riguardo al trattamento dei dati personali, e che spetta al responsabile del trattamento garantire che i dati personali siano «trattati lealmente e lecitamente», che vengano «rilevati per finalità determinate, esplicite e legittime, e successivamente trattati in modo non incompatibile con tali finalità», che siano «adeguati, pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali vengono rilevati e/o per le quali vengono successivamente trattati», che siano «esatti e, se necessario, aggiornati» e, infine, che siano «conservati in modo da consentire l’identificazione delle persone interessate per un arco di tempo non superiore a quello necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono rilevati o sono successivamente trattati, la Grande Sezione ha affermato che il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.

Questo significa che se in precedenza per esercitare il diritto all’oblio era necessario presentare una specifica richiesta di cancellazione al titolare del sito che, materialmente, aveva pubblicato dati indesiderati, ora sarebbe sufficiente, in linea di principio, un’unica richiesta al motore di ricerca stesso per ottenere la rimozione del collegamento tra il proprio nome e un sito internet.

Leggendo attentamente le motivazioni della sentenza con l’intento di coglierne gli effetti concreti sul nostro ordinamento, se è senz’altro innovativa quella parte in cui la Corte di Giustizia qualifica il motore di ricerca come responsabile del trattamento di dati personali (la Corte di Cassazione ha più volte affermato come il provider che ignori e non intervenga sul contenuto delle pagine indicizzate automaticamente sia estraneo ad una attività di trattamento dei dati, essendo invece il gestore del sito sorgente a dover garantire il loro corretto trattamento), maggiori problemi incontra nella prassi l’esercizio del diritto all’oblio, poiché la cancellazione da parte del motore di ricerca resta sempre subordinata a una preventiva disposizione di una autorità giudiziaria o amministrativa di controllo, che nel caso in oggetto era la Agencia Espanõla de Protección de Datos.

La pronuncia è interessante anche per la rilevanza che la Corte riconosce ai diritti della persona interessata garantiti dalla direttiva 95/46, affermando che  il diritto al rispetto della vita privata, e il diritto alla protezione dei dati personali (articoli 7 e 8 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) prevalgono non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico ad accedere all’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha commentato prudenzialmente la sentenza, interrogandosi sul difficile bilanciamento tra privacy e diritto del cittadino ad essere informato, aspetto che la Corte non avrebbe affidato ai motori di ricerca.

Google, per parte sua, ha deciso di dare corso alla sentenza pubblicando sul web un modulo attraverso il quale si può chiedere di rimuovere dal motore di ricerca informazioni personali non veritiere o sorpassate, sulla base tuttavia di criteri stabiliti da un comitato di esperti nominati dall’azienda stessa.

Appare ovvio che non può essere il motore di ricerca a garantire il bilanciamento tra il diritto all’oblio e la memoria collettiva, ma bisognerà valorizzare il ruolo delle autorità di garanzia per trovare equi e adeguati meccanismi.